Quando aprire partita iva come musicista?

Pubblicare musica online non è mai stato facile come adesso, ma è possibile trasformare la propria arte in un lavoro? Come gestire i guadagni generati dagli album pubblicati online? In Italia quando bisogna aprire partita iva? A queste ed altre domande ci risponderà il Dott. Marco Vergani, esperto commercialista in diritto del web e diritto d’autore.

Conosciamo l’esperto

Il Dott. Marco Vergani, commercialista e revisore legale, vanta un’ampia e consolidata esperienza nel mondo legato alle imprese fornendo consulenza finanziaria, societaria e fiscale a gruppi nazionali e stranieri in materia di bilancio e reddito d’impresa, circolazione della proprietà intellettuale, operazioni di commercio elettronico, problematiche di bilancio legate all’applicazione dei principi contabili nazionali ed internazionali.

Il punto della situazione

Pubblicare musica online in maniera indipendente spinge gli artisti emergenti a indagare su una serie di aspetti non sempre facili da comprendere, quali:

  • come garantire la propria opera protetta sul web
  • come distribuire la musica sulle piattaforme
  • come inquadrare la propria posizione fiscale

Attualmente l’industria musicale è divisa tra l’industria classica tradizionale e quella moderna. L’industria classica, composta dalle principali label del settore, raccoglie sotto le proprie ali gli artisti più popolari; gli artisti gestiti, hanno così assicurata una diffusione capillare dei propri prodotti musicali in cambio di una percentuale su vendite e ascolti.

Con l’avvento nel mercato musicale delle piattaforme di streaming, come: Spotify, Tidal, Deezer, etc; pubblicare musica online è diventato molto semplice. Queste piattaforme a loro volta hanno dato vita ad un cerchio virtuoso di nuovi operatori, il cui scopo è quello di gestire la distribuzione dei brani. I distributori più popolari come: DistroKid, TuneCore, Amuse, etc; offrono dei servizi cosiddetti di distribuzione sulle principali piattaforme in cambio di una quota irrisoria o addirittura gratuitamente, trattenendo una minima percentuale dalle royalty generate.

Come guadagna oggi il musicista da queste piattaforme? I guadagni generati dallo streaming vengono segnalati dalle piattaforme di streaming ai distributori, quest’ultimi pagano l’artista a seconda degli ascolti totalizzati. In questo articolo vogliamo soffermarci su alcune domande inerenti la parte fiscale dei ricavi generati da queste piattaforme.

L’intervista: Domanda e risposta

Con l’aiuto del Dott. Vergani, cercheremo di capire come dichiarare questi guadagni e come porsi di fronte ad un attività di promozione del proprio album. In questa breve intervista troverai tutte le domande che stai cercando. Le domande sono divise in 7 categorie, qui sotto trovi l’elenco degli argomenti trattati, in ogni caso ti consiglio di leggere tutta l’intervista per avere un quadro della situazione più chiaro possibile.

  1. Adattare la normativa italiana alle moderne esigenze
  2. Gestire i redditi generati dal diritto d’autore
  3. Riferimenti alle leggi sul diritto d’autore
  4. Quali attività richiedono l’apertura di una partita iva
  5. Partire da zero con le royalty
  6. Quando va aperta una partita iva
  7. Come gestire le royalty
  8. In sintesi

Se sei interessato a ricevere una consulenza presso lo Studio Vergani potrai trovare tutte le informazioni necessarie sul sito del Dott. Marco Vergani a questo link https://marcovergani.com/contatti.

Adattare la normativa italiana alle moderne esigenze

Cerchiamo di capire con chiarezza come un musicista indipendente deve gestire i guadagni generati dalle sue pubblicazioni dal punto di vista fiscale.

Purtroppo non esistono delle risposte, diciamo esatte. Come è possibile immaginare non c’è una normativa chiara, aggiornata e adattabile a quelle che sono state le evoluzioni. Dobbiamo dunque basarci sulle normative già esistenti che sono state pensate per diversi modelli. Con un po’ di forzatura si può cercare di adattare queste normative a quella che è la situazione attuale.

In particolare, il problema grosso è quello di distinguere la quota del diritto d’autore da quella che invece è un compenso, chiamiamolo per “attività diverse”. Dal punto di vista dell’artista/musicista che pubblica online e viene retribuito per questa attività, si pone il problema di come gestirlo fiscalmente. A mio modo di vedere andrebbero tenute distinte in quanto sono compensi per attività diverse.

Va separata quindi la quota per il diritto d’autore (la royalty) da quello che è un servizio di distribuzione, e queste due quote hanno dei trattamenti fiscali differenti.

Gestire i redditi generati dal diritto d’autore

È necessario aprire una partita iva per trarre profitto dalle proprie opere?

In realtà, per il semplice sfruttamento del diritto d’autore non è necessaria la partita iva. Un musicista che si limita a percepire delle royalties tramite delle società di collecting (SIAE, Soundreef, e altre) senza svolgere altre attività correlate, non necessita di aprire la partita iva ma può limitarsi a percepire le royalty dichiarandole nella propria dichiarazione dei redditi nella categoria quadro “redditi diversi”, la sezione è denominata come “redditi da opere dell’ingegno”. Questo tipo di redditi hanno tra l’altro una tassazione agevolata in quanto vi è un abbattimento forfettario e una tassazione del 20% su un’imponibile ridotto che di solito del 75%.

Se invece il musicista svolge attività diverse oltre a percepire le royalty, allora si pone un problema di apertura partita iva, perché queste altre attività non godono dell’esenzione dall’applicazione dell’IVA. Ad esempio tornando al caso iniziale: ricevere i compensi a titolo di servizi di distribuzione potrebbe rendere necessario l’apertura di una partita iva.

Riferimenti alle leggi sul diritto d’autore

Quali sono le leggi che possono tutelare i musicisti?

Questi sono diritti sanciti a livello dei singoli ordinamenti e si trovano in Italia nella legge sul diritto d’autore che è abbastanza simile in quasi tutti i paesi. Qui è possibile consultarla. In generale la legge dice che all’autore spettano una serie di diritti: di utilizzo, di autorizzazione alla riproduzione e di sfruttamento. Sono quindi tutti diritti che queste piattaforme agevolano la remunerazione di questi diritti, sono però diritti che esistono e spettano all’autore in quanto tale.

Quali attività richiedono l’apertura di una partita iva

Se i compensi generati dalle royalties di un brano, non necessitano di una partita iva, come vanno inquadrati quei servizi finalizzati alla sponsorizzazione o alle remunerazione dell’opera? È possibile categorizzare questi servizi?

Dipende dal servizio che la persona offre. Oltre a vendere la propria musica sulle piattaforme, si può ottenere una remunerazione in molti altri modi, ad esempio: facendo musica live, facendo attività di docenza, facendo attività di vendita di prodotti con il proprio marchio, oppure sfruttando altre piattaforme e remunerando attraverso i video come il programma AdSense di Google o Twitch, dove si ottiene una remunerazione legata alle visualizzazione che il video genera.

Tutte queste forme di remunerazione non sono diritti d’autore ma sono corrispettivi per delle attività e servizi. Sarà quindi necessaria l’apertura di una partita iva che a seconda dell’attività svolta richiederà un inquadramento diverso. Ad esempio: per la vendita del merchandising sarà necessaria una partita iva commerciale, nel caso della remunerazione dei video sarà una partita iva legata all’attività di marketing.

Bisogna tenere presente che non ci sono delle categorie aggiornate che identifichino le varie attività, è necessario adattarsi ad una classificazione di attività che risale a parecchi anni fa e vanno inquadrate in categorie tradizionali.

Partire da zero con le royalty

Un artista può partire da zero guadagnando solo dalle royalty?

Assolutamente! La categoria servizi racchiude tutto quello che non è vendita di prodotti fisici quindi le attività, come ad esempio la remunerazione dei video, possono rientrare in questa categoria di servizi; se invece a questo si affiancano la commercializzazione di prodotti inclusi i propri dischi fisici, quella è attività di commercio, per questo c’è un inquadramento diverso, per cui c’è anche un inquadramento previdenziale diverso.

Attività di vendita hanno come requisito l’iscrizione alla cassa “INPS commercianti”, essere iscritti in questa cassa previdenziale richiede il pagamento di importi fissi trimestrali; per i servizi si richiede invece l’iscrizione nella cassa “Gestione separata INPS”, dove invece non ci sono degli importi fissi ma c’è un importo variabile a seconda degli introiti.

Quando va aperta una partita iva

È necessario mettere in regola la propria posizione fiscale sin dall’inizio, o c’è un margine dove ci si può muovere senza doversi preoccupare di queste burocrazie?

Tolto il caso delle royalty pure, dove il musicista si limita a percepire dalla SIAE i diritti per i suoi brani, costui non deve aprire nessuna partita iva. Diverso invece il caso del musicista attivo, cioè che fa attività di promozione della propria musica e fa soprattutto attività diverse quindi: commercializzazione, monetizzazione di video, consulenze, attività live, etc. In tutti questi casi la partita iva è richiesta e sarebbe richiesta subito, dato che nel momento in cui ti poni soggetto di attività dovresti essere in regola.

C’è un’esenzione che riguarda i servizi sotto i 5000€ annui, per i quali c’è una forma che si chiama “Collaborazione occasionale”, una forma di attività minima che non richiede apertura di partita iva. questo solo per i servizi come ad esempio per le attività di musica dal vivo. Questo limite non vale però per le attività commerciali come merchandising, e quindi andrebbe aperta subito la partita iva.

Dico subito ovviamente tra virgolette, in quanto nulla impedisce di fare delle prove; delle piccole vendite di test per verificare la fattibilità e le potenzialità dell’attività che si va a svolgere. In questi casi si può aspettare per aprire la partita iva facendo piccoli test per vedere se tutto funziona, però diciamo che nel momento in cui l’attività prende piede o e verifica la sua fattibilità bisogna correre ai ripari.

Come gestire le royalty

Esistono differenze tra royalties generata dalla vendita delle copie fisiche e digitali? Per la legge italiana le royalties pagata dalle piattaforme di distribuzione come sono viste?

Le royalties sono sempre royalties. Quando un brano viene sfruttato commercialmente, al suo autore spettano questi diritti monetari, chiamati appunto royalties. Che sia sfruttato fisicamente, quindi racchiuso in un CD, o trasmesso in streaming non cambia il fatto che l’autore debba essere remunerato. In entrambi i casi si tratta di royalties ed hanno lo stesso trattamento. Nel caso delle copie fisiche è usanza che le case discografiche, tramite contratto, acquisiscano i diritti per stampare e distribuire il prodotto finale, e l’autore venga remunerato sotto forma di royalties. Un po’ quello che fa Amazon con i libri, alla fine sono sempre royalties.

In sintesi

Per riassumere, se una persona pubblica la propria musica attraverso le piattaforme di distribuzione ma non esegue alcuna un’attività professionale, i ricavi generati dall’opera artistica non richiedono l’apertura di partita iva ma vanno dichiarati come introiti del diritto d’autore nell’annuale dichiarazione dei redditi.

Nel momento in cui l’artista decide di fare un’attività di vendita di beni o servizi, è necessario aprire una partita iva per poter essere inquadrati. Nel momento in cui si monetizza su YouTube o Twitch, quelli non sono più diritti d’autore ma attività di monetizzazione ricavati attraverso le pubblicità.

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Chi è Nils Lewin
Mi chiamo Nicola Bombaci alias Nils Lewin, sono un ingegnere informatico con la passione per la musica e l’audio. Durante la mia crescita professionale ho deciso di fondere questi due mondi apparentemente diversi tra loro.
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